mercoledì 14 marzo 2012

Per non dimenticare...Arpad Weisz




E' sempre difficile riassumere una vita in poche righe, soprattutto quando la vita in questione è piena ed intensa, tanto che a volte nemmeno mille pagine possono bastare. Molti appassionati di calcio, veri amanti di questo sport, non hanno mai sentito parlare di Arpad Weisz, infatti alla sua epoca, ci focalizzeremo sugli anni '30, gli allenatori non erano delle superstar come oggi, erano i direttori d'orchestra silenziosi che molto spesso non scendevano neanche in campo durante la settimana. Arpad Weisz è stato uno dei primi a farlo, a mettersi i pantaloncini e lavorare con i suoi ragazzi in un campo fangoso un mercoledì mattina qualunque. Ma non è per questo che è passato alla storia; è diventato leggenda per i risultati che ha ottenuto, per come li ha ottenuti, ma soprattutto per la sua tragica morte direttamente collegata al capitolo più buio della storia dell'umanità: la Shoah.

Arpad Weisz nasce a Solt, un piccolissimo villaggio dell'Ungheria meridionale, il 16 aprile 1896, figlio di due ebrei ungheresi. Si appassiona al calcio fin da giovane ma i tempi gli sono avversi. La Prima Guerra Mondiale investe il suo Paese, all'epoca l'Impero Austro-Ungarico e lascia le sue tracce per gli anni a seguire. Il giovane Weisz inizia a giocare in piccole squadre nei vari campionati di zona per poi passare al Törekves e in seguito al Maccabi Brno, squadre più blasonate che gli valgono la convocazione nella Nazionale ungherese. Giocava da attaccante e anche se non segnava spesso era molto insidioso in contropiede grazie al fisico leggero.
Il calcio ungherese dell'epoca era tra i più popolari, grazie alle innovazioni tattiche la sua Nazionale era una delle più forti ed ostiche da affrontare, e Arpad si fa notare in occasione dell'Olimpiade del 1924 che gli vale l'acquisto da parte dell'Alessandria e l'arrivo nel nostro Paese. Gioca una sola stagione in Piemonte per poi trasferirsi all'Inter, dove dopo sole undici partite di campionato, in seguito ad un contrasto molto duro, è costretto ad abbandonare il campo per sempre.
Weisz non si lascia demoralizzare dall'incidente, ed inizia a studiare tattiche e schemi di gioco delle altre squadre per intraprendere la carriera di allenatore. Passa del tempo in Sudamerica tra Argentina ed Uruguay ed inizia ad affinare le conoscenze che lo renderanno il miglior allenatore della sua epoca. La prima esperienza in panchina la fa proprio all'Alessandria come vice di Augusto Rangone, prima di diventare il capo tecnico dell'Inter la stagione seguente.

Molte cose stanno cambiando in quel periodo, siamo in piena epoca fascista, e l'Inter come molte altre attività è costretta a cambiare nome, ad "Italianizzarlo", e visto che Internazionale ha un richiamo troppo socialista, i nerazzurri diventano l'Ambrosiana. Lo stesso campionato cambia, dalla stagione 1929/30 per la prima volta si avrà un girone unico, detto "Girone all'italiana", dove tutte le squadre si affronteranno in partite di andata e ritorno. L'Ambrosiana, o Inter, non stava vivendo il momento migliore della sua storia. Era reduce da alcuni campionati anonimi, ma spinta da una notevole voglia di riscatto. L'arrivo in panchina di Weisz porta molte novità, soprattutto a livello tattico e di gioco, ma la novità più importante è sicuramente la promozione in Prima Squadra di un giovane ragazzo delle giovanili, dal fisico a detta di molti non adatto, Giuseppe Meazza. Sotto la guida del tecnico ungherese Meazza segna gol a ripetizione, candidandosi a leader della squadra a soli diciannove anni.
Nella stagione 1929/1930 l'Ambrosiana non parte benissimo, ma in rimonta supera Juventus e Genoa (in quegli anni "Genova" per la già citata politica di Italianizzazione), le due maggiori accreditate per lo scudetto, e vince il girone di andata. Da li in poi, guidati dal giovane Meazza, i nerazzurri iniziano a staccare tutti gli avversari, compreso il Genova, l'ultimo ad arrendersi.
A tre partite dal termine l'Ambrosiana guidava la classifica con quattro punti di vantaggio sui liguri. All'epoca erano assegnati due punti ad ogni vittoria, quindi il vantaggio era notevole ma non impossibile da recuperare. L'occasione del recupero si presenta per i rossoblu il 15 giugno 1930, allo stadio milanese di Via Goldoni. Il pubblico era quello delle grandi occasioni, tribune piene fino all'ultimo posto disponibile, anzi fin troppo piene, tanto che iniziarono prima a scricchiolare per poi crollare ferendo diverse persone. La partita però era troppo importante, non poteva essere rimandata e si giocò con i tifosi praticamente sul campo di gioco. L'incontro stava dando lo spettacolo sperato tanto che a cinque minuti dal termine le due formazioni si trovavano sul 3-3, quando venne assegnato un calcio di rigore in favore del Genova. Sul dischetto si presentò Felice Levratto, soprannominato lo "sfonda reti", ed autentico pericolo per tutte le difese d'Italia. I tifosi impauriti, e soprattutto a due passi dal terreno di gioco, iniziarono ad urlare, inveire e minacciare il giocatore, tanto che fu costretto a tirarsi indietro e lasciare il compito di battere il rigore a Elvio Banchero che lo sbagliò.
Partita finita in parità, l'Ambrosiana gestisce le ultime due di campionato e vince con l'incredibile punteggio di 50 punti. Merito della squadra, dei 31 gol siglati da Giuseppe Meazza e delle innovazioni tecniche di Arpad Weisz.
Negli anni a seguire la squadra non riesce a ripetere lo stile di gioco arioso e all'avanguardia di quella gloriosa stagione e lascia campo libero alla Juventus che apre un ciclo durato ben cinque stagioni.
L'allenatore ungherese lascia Milano per accasarsi al Bari nella stagione 1931/32, per poi tornare nuovamente all'Ambrosiana la stagione successiva, che sarà anche l'ultima sulla panchina nerazzurra. Nel 1935 si trasferisce al Bologna, una cosiddetta "provinciale" che però dalla sua fondazione inizia a farsi notare nel grande calcio tanto da vincere due scudetti negli anni '20. Il Presidente, Renato Dall'Ara da subito carta bianca al neo tecnico che nella realtà emiliana è libero di esprimere al massimo le sue ideologie tattiche ed i rossoblu iniziano a dare lezioni di calcio a tutti, tanto che riescono a conquistare il titolo al primo anno di panchina dell'allenatore ungherese.

In questi anni Arpad non si è dedicato solo alla pratica delle sue tattiche, ma ha realizzato anche un saggio, in collaborazione con Aldo Molinari con prefazione firmata Vittorio Pozzo (Commissario Tecnico dell'Italia Campione del Mondo nel 1934 e nel 1938), dove spiegava tutte le sue moderne teorie sul Giuoco del Calcio, per riprendere il titolo del libro, con schemi disegnati ad hoc per ogni ruolo e per ogni giocatore che si dedicavano anche al modo in cui un difensore doveva spazzare il pallone dalla propria area ed a come doveva valutare le situazioni di parità o inferiorità numerica. Il manuale ha fatto scuola per gli anni a venire ed è stato un saggio fondamentale nella formazione dei tecnici che hanno fatto la storia del calcio.

L'anno successivo al primo scudetto "la squadra che tremare il mondo fa", come verrà in seguito chiamata dai giornali, è tenuta a ripetersi. Giocatori e tecnico non mancano l'obbiettivo centrando nuovamente la vittoria nonostante l'insidiosa rincorsa della Lazio guidata da Silvio Piola.
La vera vittoria di quell'anno, e la più grande per Arpad, non avviene sui campi Nazionali, ma bensì in terra francese. Nel 1937 il Bologna è stato invitato a prendere parte al Torneo Internazionale dell'Expo Universale di Parigi, dove si fronteggiavano le migliori squadre Europee in una sorta di antenata della Coppa dei Campioni. Nei quarti di finale i felsinei si liberano facilmente con un perentorio 4-1 dei francesi del Sochaux. Nella semifinale giocata a Lille battono 2-0 l'insidioso Slavia Praga, che come tutte le squadre dell'est europeo giocava un calcio a livello di club secondo solo agli inglesi progenitori del gioco. La finale, giocata allo Stadio Colombe di Parigi, vede i bolognesi di Arpad, "la squadra che tremare il mondo fa", opposta agli inglesi del Chelsea, una delle migliori formazioni britanniche di quel periodo. Ebbene il gioco innovativo, caratterizzato dal movimento continuo dei giocatori sia in fase di possesso che in copertura, dei bolognesi, autentica invenzione di Arpad Weisz distrugge i genitori del calcio, gli inventori del gioco, con un secco 4-1 che non lascia spazio a interpretazioni.

Quel momento, quel successo e quella vittoria sarebbero solamente l'inizio di una grande ascesa per l'uomo che ha realizzato il tutto. Ebbene accade totalmente l'opposto. Siamo in un periodo di grande tensione politica, e l'Italia di Benito Mussolini promulga le Leggi Razziali sulla base di quanto già avvenuto nella Germania nazista. Agli Ebrei, ed a molte altre minoranze, vengono imposte molte limitazioni che si fanno via via più dure negli anni. Tra le cose che non possono fare c'è insegnare, l'andare a scuola con gli altri e dirigere imprese nelle quali ci siano o lavorino ariani. Per Arpad Weisz e la sua famiglia, che intanto si era stabilita ed integrata a Bologna, è la fine di tutto, la fine di una vita normale e la fine del lavoro di Arpad che si trova costretto ad abbandonare l'Italia. Si trasferisce insieme alla moglie Elena, anche lei ungherese di origini ebraiche, ed i figli Roberto e Clara a Parigi, dove però presto la situazione crolla. L'allenatore che ha vinto tutto ed insegnato il calcio non riesce a trovare lavoro, ed a peggiorare il tutto c'è l'arrivo dei nazisti e delle leggi razziali dalle quali stanno scappando. La Francia è stata inglobata nella pazzia dell'antisemitismo, persino il capitano della Nazionale francese del 1930, Alexandre Villaplane, si fa coinvolgere dal tutto diventando addirittura informatore per la Gestapo.
Arpad e la sua famiglia sono costretti nuovamente a scappare e l'unica soluzione possibile arriva dall'Olanda, precisamente da Dordrecht che lo voleva come allenatore della squadra cittadina. Il Dordreschte era una delle società più antiche dei Paesi Bassi e prima dell'arrivo dei Weisz si trovava in lotta per non retrocedere. Arpad riuscì a salvarla dopo uno spareggio e si dedicò all'insegnamento del suo sistema. La stagione successiva il Dordreschte riuscì a conquistare un insperato quinto posto, battendo addirittura il Feyenoord, purtroppo però l'incubo dei Weisz e di molti altri nelle loro condizioni si fece vivo anche in Olanda. Nel 1940 i tedeschi invasero i Paesi Bassi, Arpad riuscì a guidare il Dordreschte per un'altra stagione conquistando nuovamente il quinto posto, ma il 29 settembre 1941 arrivò l'ordine perentorio delle leggi razziali e il tecnico ungherese fu costretto nuovamente ad abbandonare la panchina.
Molti olandesi durante l'occupazione si distinsero con atti eroici per aiutare ebrei o chi nelle loro stesse condizioni. Anche i Weisz furono aiutati dalla comunità di Dordrecht, che aiutò lui e la sua famiglia a tirare avanti in quel periodo buio, purtroppo però non riuscirono mai a raccogliere abbastanza soldi per permettergli di abbandonare il Paese e il 2 agosto 1942 l'intera famiglia Weisz fu prelevata dalla Gestapo ed avviata ai campi di sterminio. Dopo una breve sosta a Westerbork il 2 ottobre furono messi in viaggio in direzione Auschwitz-Birkenau. Il 5 ottobre sua moglie Elena ed i figli Roberto e Clara trovarono la morte nelle camere a gas. Arpad riuscì a resistere ai lavori forzati fino al 31 gennaio 1944 quando morì ed il suo corpo venne gettato in una delle innumerevoli fosse comuni.

Fu così che trovò la morte Arpad Weisz insieme ad altri sei milioni di ebrei, prigionieri di guerra sovietici, oppositori politici, Rom, Sinti, Jenisch, Testimoni di Geova, Pentecostali, omosessuali, malati di mente e portatori di handicap, tutte vittime della follia collettiva, tutte vittime del capitolo più buio della storia umana.
Arpad Weisz ha lasciato tanto al mondo del calcio, le sue innovazioni, le sue tattiche hanno cambiato il modo di pensare dell'epoca facendo fare un balzo in avanti all'evoluzione del gioco. A Bologna e Milano viene ricordato con una targa apposta sugli stadi delle due città in modo che anche le future generazioni ricordino ciò che ha fatto e ciò che gli è successo, perché il più grande errore che l'umanità potrebbe commettere è il dimenticare.




Per chiunque volesse approfondire l'incredibile e triste storia di Arpad Weisz consigliamo la lettura del libro: "Dallo scudetto ad Auschwitz. Vita e morte di Arpad Weisz, allenatore ebreo" di Matteo Marani, Aliberti Editore.
Inoltre in alcune biblioteche è ancora possibile trovare il manuale "Il giuoco del calcio" di Arped Weisz e Aldo Molinari. All'epoca, sempre a causa della già citata politica di italianizzazione l'allenatore ungherese si firmava "Veisz", quindi qualora qualche lettore volesse cercare il libro alla voce autori dovrà ricercare: Veisz-Molinari.

lunedì 12 marzo 2012

Kevin Volland


Nome: Kevin Volland
Data di nascita: 30 Luglio 1992, Marktoberdorf
Nazionalità: Germania
Altezza: 1,79 cm
Piede preferito: Sinistro
Squadra: TSV Monaco 1860 - 2.Bundesliga
Ruolo: Attaccante centrale
Valore: 2.500.000€



La Germania continua a sfornare nuovi talenti di calcio. L'hanno capito che il futuro sono i giovani. Tutti i ruoli sono coperti: portieri, difensori, centrocampisti e attaccanti. Le giovanili tedesche sono delle grandi industrie che danno sicurezza e stabilità alle squadre. L'ultimo talento che si sta mettendo in mostra, ultimo solo per ordine cronologico, è Kevin Volland.

Kevin Volland nasce a Marktoberdorf, in Bavaria, cresce calcisticamente nelle giovanili del FC Memmingen fino al 2005. Nel 2006 passa alle giovanili del Thannhausen TSG dove dimostra grandi capacità realizzative. Viene così acquistato nell'estate del 2007 dal TSV Monaco 1860, debuttando nell'Ottobre 2008 nel campionato Under-17. Molto considerato da tutto lo staff, riesce finalmente a guadagnarsi il proprio spazio in prima squadra nel 2010 grazie all'allenatore Reiner Maurer che lo fa debuttare il 14 Agosto in DFB-Pokal contro la formazione del Verl, quando subentra al serbo Djorje Rakic. In Zweite Bundesliga debutta il 26 Settembre contro l'Augsburg. Alla fine della stagione avrà collezionato 24 presenze e 6 reti. Nel Gennaio 2011 l'Hoffenhaim intelligentemente strappa il giocatore al club di seconda devisione pagandolo 600 mila Euro, lasciandolo però in prestito fino al termine della stagione a Monaco di Baviera, con l'opzione di permanenza anche per la stagione successiva. Diventa così titolare inamovibile nella stagione successiva (cioè quella in corso), dove finora ha segnato 11 reti in 25 presenze tra campionato e coppa.

Volland ha fatto tutta la trafila delle nazionali giovanili tedesche, dove peraltro ha sempre segnato. Un gol in due presenze con l'Under-17, cinque gol in otto presenze con l'Under-18 e sei gol in dieci presenze con l'Under-19 portano il ct dell'Under-20, Frank Wormuth, a convocarlo per la partita contro la Polonia del 31 Ottobre 2011, quando Volland esordisce con un gol su assist di Thy. Rimane poco tempo con l'Under-20 (il tempo per fare un'altra presenza, in totale 2 presenze e un gol) perché il 29 Febbraio 2012 arriva anche l'esordio con l'Under-21,finora l'unica presenza. Quando giocava nell'Under-19 ha vinto la Medaglia di bronzo del premio Fritz Walter, dietro a ter-Stegen e Zimmermann, riconoscimento che viene dato ai migliori giovani tedeschi.

Kevin Volland è una prima punta completa, in grado di abbinare grandi qualità tecniche e capacità di movimento senza palla ad un invidiabile senso del gol e di servizio. Ha una grande esplosività e una buona potenza fisica, nonostante abbia bisogno sicuramente di acquistare muscolarità. Ha una resistenza notevole che non rovina le grandi qualità tecniche: molto abile nel dribbling e nel controllo di palla, spicchia la velocità di esecuzione con il sinistro, spesso a fulmicotone, ma non disdegna il destro, da rendere più preciso. E' tatticamente molto intelligente: sa giocare tra le linee, buone capacità di inserimento e di spostamento laterale. Per queste sue capacità viene spesso impiegato anche come seconda punta, ma il ruolo a lui più congeniale è sicuramente quello di prima punta. Deve migliorare molto nel colpo di testa e, soprattutto, spesso dimostra sufficienza in alcune situazioni che quindi non riesce a sfuttare nel migliore dei modi. Ha una personalità da veterano che gli permette di tentare sempre la giocata vincente.

Il giocatore viene seguito da molte squadre ma dovrebbe a fine anno tornare, questa volta per restarci, all'Hoffenhaim. Per la sua completezza è stato spesso accostato a Wayne Rooney, ma non sembra avere quella classe e quella fantasia che contraddistingue l'inglese. Invece, potrebbe essere paragonato, con le giuste dimensioni, a Giuseppe Rossi del Villareal per modo di giocare e caratteristiche tecniche. A livello fisico somiglia al Pato dei primi mesi al Milan.










venerdì 9 marzo 2012

Jon Aurtenexte


Nome: Jon Aurtenetxe Borde
Data di nascita: 3 gennaio 1992, Amorebieta-Etxano
Nazionalità: Spagna
Altezza: 182cm
Piede preferito: Sinistro
Squadra: Athletic Bilbao - Liga BBVA
Ruolo: Terzino sinistro, difensore centrale
Valore: 3.000.000€



Storicamente le due regioni calcisticamente più floride della Spagna sono la Catalogna e i Paesi Baschi, entrambe comunità autonome spinte da forti rivendicazioni autonomistiche. Queste due regioni hanno molto in comune, ma dal punto di vista calcistico si accomunano per il modo incredibile di gestire ed allevare i giovani talenti provenienti proprio da queste terre prima ancora che dal resto della Spagna. Di fatti le squadre appartenenti alla massima serie spagnola provenienti da queste regioni dispongono di molti giocatori nati in questi territori, come ad esempio Barcelona ed Espanyol con Xavi, Pujol Iniesta, Jordi Amat, Sergio Garcia e molti altri, o soprattutto nel caso dell'Athletic Bilbao che storicamente ha tra i suoi tesserati solo giocatori baschi, di origini basche oppure che abbiano imparato a giocare nei circuiti giovanili baschi.
Il giovane Jon Aurtenetxe è uscito proprio dalla floridissima cantera del Bilbao, come molti altri prima di lui, si sta affermando in Prima Squadra, nella squadra del suo territorio, delle sue tradizioni e della quale è tifoso.

Jon nasce ad Amorebieta, un piccolo comune sull'oceano Atlantico, e qui inizia a muovere i suoi primi passi calcistici nella squadra della città: l'SD Amorebieta, squadra che oggi milita nella Segunda Division B. Viene notato all'età di dieci anni dagli osservatori del Bilbao, che come sempre si interessano ai vari settori giovanili della regioni, anzi molto spesso sono aiutati dalle varie società che inviano informazioni sui loro giovani più promettenti per permettergli di aggregarsi all'Athletic. Nel 2002 Jon entra nel settore giovanile della squadra più rinomata del territorio e tra le più autorevoli di tutta la Spagna. Qui percorre tutta la trafila delle varie selezioni giovanili, giocando sempre da centrale difensivo, fino ad arrivare al 17 dicembre 2009 quando ha avuto la possibilità di debuttare in Prima Squadra in occasione dell'incontro casalingo di Europa League contro il Werder Brema, quando ancora faceva parte dello Juvenil (cioè del settore giovanile) e non del Bilbao Athletic (la seconda squadra della società, che milita nella Segunda Division B, una formazione apposita dove far crescere i giovani mettendoli a confronto nelle categorie inferiori). Sul finire della stagione ha aiutato la sua formazione Juvenil a vincere la Copa del Rey juvenil battendo per 2-0 i pari età del Real Madrid il 26 giugno 2010. Questa bella vittoria gli è valsa la convocazione al ritiro estivo con la prima squadra, e proprio in questa occasione l'allora allenatore Joaquin Caparros, ha potuto ammirare le qualità del giovane iniziando a covare un'idea che sarà il punto di svolta per la carriera di Jon. Il 29 agosto 2010 inizia la nuova stagione della Liga e il Bilbao è impegnato nella sfida contro l'Hercules. Nelle formazioni iniziali a sorpresa c'è un cambiamento in difesa sulla fascia sinistra dove al suo debutto nella massima serie spagnola c'è proprio il giovane prodotto della Cantera basca Jon Aurtenexte. Da questa prima partita Jon mantenne il suo posto in prima squadra, facendo cosi l'incredibile salto direttamente dallo Juvenil alla Prima Squadra. Purtroppo la sua veloce ascesa è stata interrotta da un grave infortunio occorsogli il 16 dicembre 2010, un grave trauma alla spalla l'ha costretto prima ad operarsi e in seguito a stare lontano dai campi fino all'aprile 2011, quando per recuperare ha giocato alcune partite con il Bilbao Atheltic, ironicamente debuttando anche nella squadra riserve. Dal luglio 2011 è stato reintegrato in pianta stabile in Prima Squadra e da allora è diventato un membro fisso che conta 50 partite e 4 gol in neanche due stagioni complete con la maglia basca.

Le migliori doti di Jon sono sempre state la grande corsa e la resistenza che gli permettevano grandi doti di anticipo quando nello Juvenil giocava da difensore centrale. L'intuizione di Caparros di schierarlo terzino sinistro si è rivelata più che azzeccata poiché in quella posizione Jon è libero di mostrare le sue qualità migliori in fase difensiva e di appoggio al centrocampo ed inoltre è libero di effettuare scorribande sulla fascia in fase offensiva nelle quali è migliorato esponenzialmente dall'arrivo sulla panchina basca di Marcelo Bielsa. Tecnicamente è un giocatore molto valido, dotato di solide basi che vengono insegnate ai ragazzi fin da piccoli nella Cantera, ed inoltre è un validissimo crossatore. Solitamente i centrali che vengono spostati sulla fascia non amano esporsi troppo in fase offensiva, ma nel caso di Jon questa regola non vale, si disimpegna ottimamente in entrambe le fasi e molto spesso si trova coinvolto nella manovra di circolazione della palla.

Queste doti sono state premiate con la convocazione nella Selezione spagnola Under17, con la quale ha realizzato 8 presenze, ed in seguito con l'Under19 con la quale conta 8 apparizioni ed un gol realizzato nel Campionato Europeo di categoria del 2011 vinto proprio dalla Nazionale iberica.

La società basca dopo un periodo di appannamento culminato nella stagione 2006/2007 quando ha rischiato la prima retrocessione della sua storia, ha deciso di puntare più del solito sui giovani della Cantera, e Jon è proprio al centro di questo progetto insieme ai vari Javi Martinez, Iker Muniain e a tutti gli altri giovanissimi e non che difendono i colori delle proprie radici prima che quelli di una squadra di calcio.






giovedì 8 marzo 2012

Concluso il sondaggio: "Qual'è il terzino destro del futuro?"...Gregory Van der Wiel




E' il giovane terzino destro dell'Ajax, Gregory Van der Wiel, ad aggiudicarsi il sondaggio mensile che vi chiedeva quale sarà il miglior terzino destro della prossima generazione. La scelta dei lettori è caduta sul giocatore forse con maggior esperienza tra le opzioni possibili, contando il fatto che è titolare dei lancieri dal 2007 e conta già 28 presenze in Nazionale maggiore a 24 anni.

Van der Wiel cresce nel settore giovanile della squadra di Amsterdam, quindi in uno degli impianti migliori del mondo, nel 2002 viene prestato all'Haarlem, squadra con cui i biancorossi hanno una partnership, per fare ritorno alla base nel 2005 dove viene aggregato alle giovanili e dopo poco tempo alla squadra riserve. L'11 marzo 2007 arriva la grande occasione, il debutto nella gara in casa del Twente in sostituzione di Jaap Stam, chiude poi la stagione con altre tre presenze. Nella stagione 2007/2008 prende parte alle prime sei partite in campionato per poi trionfare nella vittoria della Supercoppa d'Olanda contro il Psv, vincendo cosi il suo primo trofeo.
Il grande cambiamento arriva nella stagione 2008/2009 con l'arrivo in panchina di Marco Van Basten che decide innanzitutto di cambiare ruolo al giocatore, infatti fino all'arrivo del "Cigno di Utrecht" sulla panchina dell'Ajax il giovane Van der Wiel giocava da difensore centrale, spostandolo sulla fascia destra e concedendogli totale fiducia. Chiude la stagione con la vittoria dell'"Ajax talent of the year" con 40 partite giocate e con la prima convocazione in Nazionale.
La stagione 2009/2010 comincia molto bene per il giovane terzino, ormai conscio delle sue capacità. Arriva il primo gol all'Amsterdam Arena, dopo due gol in trasferta la stagione precedente, e chiude con la vittoria del premio di "Talento dell'anno" dell'Eredivisie, il campionato olandese.
Dall'estate 2010 iniziano ad arrivare offerte da mezza Europa per il giovane talento dei lancieri, offerte da Milan, Valencia, Manchester United e soprattutto Bayern Monaco vengono rispedite al mittente e il giocatore resta all'Ajax anche nella stagione successiva dove ha toccato quota 100 partite in Eredivisie, e a fine stagione si laurea con i suoi compagni Campione d'Olanda.

Il debutto con la Nazionale maggiore è arrivato l'11 febbrario 2009 in occasione di un amichevole contro la Tunisia in sostituzione del suo ex compagno di club John Heitinga. Ha partecipato al Mondiale di Sudafrica 2010 partendo sempre da titolare, saltando solo la semifinale contro l'Uruguay per squalifica.

Ecco le percentuali del sondaggio vinto da Gregory Van der Wiel:

1)Gregory Van der Wiel (30%)
2)Kyle Walker (25%)
3)Cesar Azpilicueta (14%)
4)Micah Richards (13%)
5)Rafael (12%)
6)Andreas Beck (3%)
7)Silvio (2%)
8)Gonzalo Castro (1%)


Secondo classificato il giovane terzino destro di proprietà del Tottenham, che dopo una stagione in prestito tra QPR e Aston Villa, si sta affermando sia nel team londinese che in tutta la Premier League, non a caso il 12 novembre 2011 riceve la chiamata da Fabio Capello per l'amichevole vinta contro la Spagna.
Terzo classificato il terzino destro basco dell'Olympique Marsiglia, Cesar Azpilicueta. Dopo una prima stagione tra alti e bassi sta finalmente trovando la sua dimensione in Francia ed i risultati si vedono. Buona stagione per il team marsigliese con un bel cammino in Champions League dove il terzino è stato uno dei migliori in campo nella sfida di andata degli ottavi di finale contro l'Inter.


Nel prossimo sondaggio ProssimiCampioni vi chiede: "Qual'è il terzino sinistro del futuro?". Le scelte a disposizione sono:

-Jordi Alba, Valencia
-Fabio, Manchester United
-Marcel Schmelzer, Borussia Dortmund
-Kieran Gibbs, Arsenal
-Diego Renan, Cruzeiro
-Davide Santon, Newcastle
-Ricardo Rodriguez, Wolfsburg

mercoledì 7 marzo 2012

Un caso ancora aperto: Denis Bergamini


Il mondo del calcio si intreccia con storie che spesso con il pallone hanno poco a che fare. Storie di depressione (Justin Fashanu), di alcol, droga, malavita (Escobar e Adriano) e di grandi tragedie (Obilalé). Oggi vi raccontiamo una vicenda che ha un finale ancora tutto da scrivere e delle risposte che qualcuno deve ancora dare: il caso Bergamini e il suo presunto suicidio. Conosciamo brevemente il soggetto principale di questa storia che suo malgrado è diventato protagonista di uno dei casi più discussi degli ultimi anni.

Donato Denis Bergamini è nato il 18 settembre 1962 ad Argenta, comune alle porte di Ferrara. E' cresciuto nell'Imola come centrocampista ma il grande salto di qualità si compie nel 1985 quando a 23 anni viene acquistato dal Cosenza Calcio, all'epoca in serie C1 (ora Lega Pro). Nella stagione 1987/88 è uno dei protagonisti della vittoria del campionato, sotto la guida di Gianni Di Marzio, e della promozione in serie B, preludio di una grande stagione nella serie cadetta, dove riesce a dare il suo contributo nonostante un infortunio. Al termine dell'annata il ventisettenne Bergamini, all'apice della carriera e conteso da diverse squadre, decide di accettare il rinnovo milionario del Cosenza ma il 18 novembre 1989 viene trovato morto sulla strada statale 106 Jonica.


VERSIONE UFFICIALE DELL'EPOCA

Attorno alle ore 16 di quel 18 novembre 1989 Bergamini avrebbe chiamato l'ex fidanzata Isabella Interno' dal Motel Agip nel quale era in ritiro con la squadra prima dell'importante derby contro il Messina. Le avrebbe detto di volerle parlare di cose importanti e che sarebbe andato a prenderla a casa a Rende (CS), poco distante dal luogo dove risiedeva. Una volta arrivato dalla ragazza l'avrebbe fatta salire sulla sua Maserati per poi andare verso Taranto, fermarsi ad un controllo lungo la strada intorno alle 17 e 30, e ripartire successivamente sulla statale Jonica. Nel tragitto avrebbe riferito all'ex fidanzata di voler lasciare tutto ed imbarcarsi in un traghetto verso l'Amazzonia o le Hawaii perché stufo del pallone e dell'Italia. Nonostante il tentativo di farlo desistere sarebbe sceso dall'auto ferma in una piazzola di sosta (all'altezza di Rose Capo Spulico presso Cosenza) e si sarebbe tuffato sotto un camion di 108 quintali, pieno di mandarini. L'automezzo guidato da Raffaele Pisano l'avrebbe trascinato per oltre 50 metri per poi arrestare bruscamente la sua corsa una volta realizzata la tragedia. Erano le 19.15 circa. Questa è la ricostruzione dell'epoca effettuata dal brigadiere Barbuscio.


INCONGRUENZE RISCONTRATE DAI GENITORI

Condotti i familiari in ospedale viene raccontata loro la dinamica, di matrice suicida, relativa alla morte del figlio ma una volta che Domizio Bergamini (il padre del ragazzo) chiese di vedere il corpo, gli venne negata questa possibilità in quanto si presentava tumefatto dalle ruote del camion e dal trascinamento. L'autopsia sul corpo, effettuata senza valide spiegazioni con cospicuo ritardo, certificò che la morte fosse avvenuta tra le ore 13.50 e le 18.50 (orario che si scontra con la versione ufficiale delle 19.15). Quando venne mostrato il corpo del centrocampista ai suoi cari, questi si resero conto fin da subito dell'integrità dello stesso e della mancanza di segni evidenti dell'incidente (un corpo sottoposto ad uno scontro con un camion di quel peso e il relativo trascinamento avrebbero avuto esiti ben più evidenti). Il viso presentava solo un piccolo graffio e le lacerazioni si estendevano in minima parte solo dalla cinta in giù, in un solo fianco del corpo dell'atleta. Alla richiesta di restituzione degli indumenti di Denis, il responsabile dell'ospedale affermò che quel che restava dei vestiti fosse subito stato bruciato. La famiglia si dovette accontentare della catenina di un orologio che la vittima indossava al momento della morte. Da notare che quest'ultimo reperto non presenta tutt'ora alcun graffio. Successivamente i Bergamini ricevettero da un factotum del Cosenza le scarpe che il calciatore indossava al momento dello scontro (anche queste perfettamente intatte e pulite nonostante l'incidente e la pioggia che bagnava la strada infangata) con la promessa che a fine stagione, assieme ad un altro collaboratore, avrebbero raccontato alla famiglia delle cose importanti relative al figlio. Al termine del campionato i due uomini della società calabrese morirono in un incidente stradale sulla statale Jonica.


L'EX FIDANZATA ISABELLA INTERNO'

Le ricostruzioni che vedono Isabella Interno' come l'unica testimone dell'ultimo gesto di Bergamini raccontano che dopo il presunto suicidio la ragazza si sia subito fatta accompagnare da un passante ad un vicino ristorante di Roseto Marina per telefonare. Ufficialmente non fu la ragazza a chiamare i carabinieri ma le chiamate si rivolsero alla madre, all'allora tecnico del Cosenza Gigi Simoni e al compagno di squadra Francesco Marino. Il titolare del ristorante disse che Isabella Internò era arrivata verso le 19.30 e fuori era buio, ma successivamente ricordò che in realtà, al momento dell'arrivo della giovane in lacrime, era ancora chiaro. A questo punto sorgono dei dubbi relativamente all'ora della telefonata e relativamente a chi chiamò effettivamente. L'avvocato di Isabella Interno', Massimo Florita, ammette tutt'ora le incongruenze circa le versioni della sua assistita all'epoca, ma le riconduce esclusivamente alla giovinezza e allo stato di shock a cui era stata sottoposta.

In un 'intervista al Corriere della Sera del 21 luglio 2011, un carabiniere intervenuto sul luogo del sinistro insieme al brigadiere Barbuscio, ha rivelato che nell'intervallo tra il posto di blocco delle 17.30, nella quale era stata fermata la Maserati e la chiamata nella quale si informava della presenza di un cadavere sulla strada, fosse passata meno di mezz'ora.

LE TELEFONATE A BERGAMINI

Denis Bergamini conduceva una vita apparentemente serena, con una carriera in ascesa (Parma, Fiorentina e Padova erano pronte a comprarlo). La sua vita era e sembrava normale ma il suo umore nel periodo precedente alla morte era stato scosso da alcune telefonate. Una di queste lo aveva turbato mentre si trovava dai familiari a Boccaleone (FE) e Donata Bergamini, la sorella, racconta come fosse evidente la sua preoccupazione. Un'altra telefonata la ricevette proprio il 18 novembre verso le 15.30 circa. L'allora compagno di stanza Michele Padovano ha spiegato come questa rese l'espressione del compagno alquanto turbata e seria. La ragazza che frequentava in quel periodo affermò inoltre che Bergamini gli avrebbe rivelato che qualcuno gli voleva male.


INDAGINI E RIAPERTURA DEL CASO

Il caso Bergamini fu archiviato dopo poco tempo e senza approfondimenti. Nel 1991 c'è stato il processo a Raffaele Pisano, autista del camion ormai deceduto, ma l'uomo è stato assolto per l'accusa di omicidio colposo. Nel 1994 è stata aperta un' indagine contro ignoti e per la prima volta si parla di omicidio volontario ma non se ne fece nulla.

Il 18 luglio 2011 la procura di Castrovillari (CS) ha riaperto le indagini: il Procuratore ha trasmesso la richiesta al GIP sulla base di un memoriale di 108 pagine di Eugenio Gallerani, avvocato dei Bergamini. Si stanno facendo numerosi riscontri ed è stata ammessa l'incompatibilità tra le informazioni raccolte dal brigadiere Barbuscio (anche lui nel frattempo deceduto) e la versione attuale. Il procuratore di Castrovillari, Franco Giacomantonia, ha escluso la riesumazione del corpo ma sta analizzando i reperti confermando che al tempo della tragedia si sarebbero dovuti fare molti approfondimenti che inevitabilmente ora non si posso più fare con medesima efficacia. Alcuni oggetti sono rimasti però sotto custodia fino ad ora in perfette condizioni anche se la statale Jonica ha subito diversi lavori con il rifacimento da una a due corsie e l'eliminazione della famosa piazzola di sosta della Maserati. Si parla di malavita (la macchina di Bergamini pare fosse appartenuta ad uno spacciatore), si ipotizza un regolamento di conti oppure un delitto passionale. Quel che resta alla famiglia è un ricordo di un ragazzo (serio e rispettabile come viene descritto) e dei fiori in una lapide di una strada che non c'è più, cancellata come sono stati cancellati gli elementi che avrebbero dato una spiegazione immediata a tutto ciò. Il 22 febbraio 2012 i RIS di Messina hanno depositato presso la suddetta procura la perizia secondo la quale, quando fu investito, era già morto.


Il Cosenza Calcio e i suoi tifosi erano molto attaccati al giocatore e la sua morte continua a sensibilizzare anche i giovani della nuova generazione. La Curva Sud dello Stadio S.Vito è intitolata a lui ed un busto in sala stampa continua a ricordarlo. Le prove dalle quali si evince l'assenza di chiarezza sono sempre più evidenti e negli anni sono emerse tante altre incongruenze oltre a quelle sopracitate per un mistero che si infittisce di puntata in puntata. Carlo Petrini, ex calciatore di Messina e Milan, ha scritto il libro: “Il calciatore suicidato” nella quale sostiene l'impossibilità nel credere al suicidio e numerosi gruppi, come quelli su Facebook, hanno organizzato ritrovi e convegni (Bergamini-Day) per chiedere risposte. Un passo ufficiale verso la risoluzione è stato fatto. La verità, anche se scomoda, rappresenta l'argine che interrompe il fiume di dolore che ha investito questa famiglia in tutti questi anni.



Per chi volesse seguire la vicenda o ulteriori approfondimenti potete visitare il sito ufficiale (denisbergamini.com).

lunedì 5 marzo 2012

Daniel Bessa


Nome: Daniel Bessa
Data di nascita: 14 gennaio 1993, San Paolo
Nazionalità: Italia/Brasile
Altezza: 173cm
Piede preferito: Destro
Squadra: Fc Inter Primavera - Campionato Primavera
Ruolo: Trequartista
Valore: 100.000€



Pochi giorni fa si è giocato il Derby della Madonnina nel girone B del Campionato Primavera. I giocatori di Mister Stramaccioni si sono imposti per 2-0 contro i pari età rossoneri, e tra i giocatori più in vista c'è il giovane Daniel Bessa, trequartista classe '93, brasiliano di nascita ma italiano di passaporto, e assoluto trascinatore delle manovre offensive dei nerazzurri.

Daniel nasce a San Paolo ed inizia a giocare, come molti giovani ragazzi brasiliani, a Futsal nella formazione del Coritiba/Cancum, dove resta fino all'Under13 facendo incetta di trofei. In quella squadra insieme a Daniel gioca un giovanissimo Lucas Piazon, già allora oggetto del desiderio di molte società europee e non. Dopo il Futsal Daniel inizia a giocare a calcio a 11 con il Coritiba prima e l'Atletico Paranaense poi, ed è qui che viene notato dall'Inter e da Pierluigi Casiraghi, anche se il merito spetta tutto alla mamma del giovane centrocampista, come raccontato da Casiraghi: "Vidi giocare Daniel per la prima volta in un torneo giovanile in Brasile. Partecipavano tutte le maggiori squadre del paese e lui giocava titolare nell'Atletico Paranaense. Dopo la partita della sua squadra, stavo rientrando in hotel per preparare i bagagli e tornare in Italia, quando la mamma di Daniel mi fermò. 'Per quale club lavora lei?', mi chiese senza troppi convenevoli. Mi colse di sorpresa e per un attimo mi venne voglia di ignorarla. Poi mi fermai a chiacchierare. Mi disse che suo figlio era il numero 8 dell'Atletico e aveva passaporto italiano. Al che io le risposi: 'Se stasera mi fa avere una copia del suo documento in albergo, lo porto con me in Italia'. Non perse tempo e fu così che mi convinsi davvero a segnalarlo all'Inter."
Casiraghi mantiene la promessa e Daniel approda ad Appiano Gentile nella stagione 2008/2009 e viene aggregato alla formazione degli Allievi Regionali dove realizza una stagione trionfale arrivando alla vittoria finale con 30 vittorie in 32 incontri ed un bottino personale i 8 gol e numerosi assist, oltre a tante giocate di alta scuola. Nel 2009/2010 passa agli Allievi Nazionali dove segna 9 gol e la stagione successiva viene aggregato alla Primavera allora allenata da Fulvio Pea, attuale tecnico del Sassuolo. La sua prima stagione in Primavera non è delle migliori, a causa del sistema tattico di Pea e ad alcuni problemi personali non riesce a rendere al meglio nella prima parte della stagione, un solo gol realizzato ed un minutaggio molto basso. Il cambiamento arriva dopo il Torneo di Viareggio, vinto peraltro dall'Inter, dove inizia a mostrare tutto il suo talento nella nuova categoria e fornisce grandi prestazioni che gli permettono di aumentare il minutaggio a sua disposizione e gli affidano nuove responsabilità in fase offensiva.
Nell'estate 2011 arriva il rinnovo di contratto con la società milanese e viene invitato da Gian Piero Gasperini a prendere parte al ritiro estivo con la Prima Squadra dove si mette in mostra in alcune amichevoli prima di essere reintegrato nella Primavera del neo tecnico Stramaccioni che gli affida le chiavi delle manovre offensive nerazzurre e lui lo ripaga con 7 gol nelle 15 partite fin qui disputate.

Il suo ruolo preferito è quello di trequartista dietro le punte dove è libero di svariare ed inventare, anche se all'occorrenza può giocare anche da ala sinistra o destra. Daniel è un giocatore dalla tecnica sopraffina, dispone di un eccellente dribbling e di una visione di gioco, suo vero punto di forza, fuori dal comune. Proprio per questo la posizione di trequartista è l'ideale per lui dove è libero di inventare e di esprimere al meglio le suo doti offensive. E' dotato di un buon atletismo e di buona corsa, inoltre sta limando i suoi difetti tattici da quando è approdato in Italia, soprattutto l'impegno in fase difensiva, manovra a lui completamente sconosciuta in Brasile.
In alcuni periodi, soprattutto durante la gestione Pea, Bessa ha sofferto di alcuni problemi personali e la mancanza del suo Paese e dei suoi cari hanno reso il tutto più difficile. L'ex tecnico della Primavera ha fatto una grande lavoro disciplinare sul centrocampista che troppo spesso dimostrava problemi comportamentali, ed inoltre ha lavorato molto sulla continuità visto che aveva la tendenza di cambiare atteggiamento durante la partita, passando da momenti di grande gioco a minuti di anonimato. Ad oggi Bessa è il vero trascinatore della Primavera nerazzurra e il giovane non sembra soffrire questa responsabiità, anzi, ne pare motivato e si impegna di partita in partita lasciandosi sempre più alle spalle questi difetti.

Il suo talento, e soprattutto il passaporto italiano, non sono passati inosservati ad Alberigo Evani, allenatore e selezionatore della Nazionale Under18. Fino ad non ha debuttato in nessuna delle nostra Nazionali giovanili, ha partecipato solo ad uno stage lo scorso autunno, ma la prima convocazione non dovrebbe tardare ancora a lungo.

L'Inter ha dimostrato di credere molto nel suo settore giovanile ed il progetto ed i suoi interpreti sono di primissimo piano. Daniel è sicuramente uno dei pezzi più pregiati e la società e gli addetti credono molto nel suo talento. La prossima estate ci chiarirà se l'intenzione è quella di aggregarlo fin da subito alla Prima Squadra o mandarlo in prestito per permettergli di fare esperienza da titolare.











Pubblicato il 05/03/2012

venerdì 2 marzo 2012

Simone Ganz

Nome: Simone Andrea Ganz
Data di nascita: 21 settembre 1993, Genova
Nazionalità: Italia
Altezza: 1,80 m
Piede preferito: Destro
Squadra: Milan primavera - Campionato primavera
Ruolo: Attaccante, punta centrale
Valore: 200.000 €




Un calciatore è costantemente sottoposto a pressione mediatica. Ci sono calciatori che sono sempre nell'occhio del ciclone mentre altri ci finiscono saltuariamente ma qualsiasi ruolo tu possa interpretare in campo, si crea sempre un' aspettativa su di te e devi essere bravo a non deludere coloro che ti danno fiducia. Questo è lo sport e il calcio è una di quelle discipline nelle quali, visto l'incredibile interesse che suscita, queste dinamiche sono piuttosto evidenti e in un ruolo come quello dell'attaccante possono addirittura valere doppio. E' il caso di Simone Ganz, attaccante della Primavera del Milan e figlio di Maurizio, capocannoniere di serie B con 19 reti nel Brescia (stagione 91-92), capocannoniere della Coppa Uefa con l'Inter (8 reti nella stagione 96-97) e Campione d'Italia con il Milan (stagione 98-99). Eredità pesante quella del babbo, ma il ragazzino si sta facendo valere a suon di goal nelle giovanili del "diavolo" ed è sotto la lente d'ingrandimento di Allegri per la prima squadra.

Simone Andrea Ganz nasce a Genova ma cresce nella scuola Masseroni Marchese a Milano, nella quale allenava il padre. Le sue doti fin da piccolo non rimangono inosservate e presto l'Inter tenta un primo approccio per portarlo nel proprio settore giovanile. Al momento di passare ai nerazzurri però il Milan si inserisce nella trattativa e il ragazzo, di fede rossonera, decide di approdare ai cugini entrando ben presto nelle grazie dello staff tecnico milanista. Dopo una straordinaria stagione disputata negli Allievi e svariate reti messe a segno nei tornei giovanili viene promosso in primavera nella stagione 2010/2011. Dopo buone presenze sotto lo guida di Stroppa, la primavera del club di Berlusconi passa a Dolcetti nella stagione 2011/2012 e il bomber figlio d'arte risulta essere un fedelissimo del tecnico. Quest'anno ha totalizzato ad ora 11 presenze nel Campionato primavera (girone B) con 11 reti messe a segno. Le sue doti e la sua capacità realizzativa che risultano già essere fuori categoria hanno convinto Allegri a farlo entrare presto nel giro della prima squadra e a concedergli addirittura il debutto in Champions League contro il Bate Borisov il primo novembre 2011 subentrando a Robinho (1-1 il risultato finale).

Simone Ganz è un bomber di razza, dotato di una buona capacità tecnica ma soprattutto di un invidiabile senso della posizione. Ha ereditato dal padre il senso del goal ma sembra essere in prospettiva più potente fisicamente. Deve rimanere concentrato durante tutto il match ed acquisire quell'esperienza fondamentale per giocare contro difese ad alto livello ma ha un maestro in casa che può fornirgli consigli preziosi per la sua crescita.

Ha debuttato ad agosto 2011 con l'Italia Under 19 di Evani nella vittoria per 2-1 contro la Russia in amichevole. Ad ora ha collezionato 5 presenze e una rete con la selezione azzurra. Il giovane nato in Liguria probabilmente rimarrà in primavera solo fino al termine della stagione. Il Milan difficilmente lo tratterrà in prima squadra la prossima annata ma piuttosto vorrà trovare un acquirente in serie A o più facilmente nella serie cadetta in modo tale da fargli accumulare esperienza tra i professionisti. Potrebbe fare lo stesso percorso di Matri e Borriello ma con un futuro migliore in maglia rossonera rispetto ai due ex. Non ci stupiremmo se il ragazzo ricalcasse le orme di Mattia Destro che quest'anno è diventato la rivelazione italiana del ruolo insieme a Borini. L'età è dalla sua parte e i suoi mezzi sono importanti. Al Milan sperano di poter tornare a dire: "el segna semper lu" come ai tempi del padre Maurizio.





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