mercoledì 22 dicembre 2010

Enzo "il vecio" Bearzot


Per quelli come me, della generazione post '82, lui era uno dei rappresentanti del calcio del passato, quello che abbiamo imparato a conoscere attraverso i ricordi dei nonni e dei genitori. Del mondiale 82 tutti abbiamo imparato a conoscere quei personaggi attraverso ricordi sbiaditi di vita comune, ma dentro di noi li ammiravamo per quello che erano stati in grado di fare, unirsi in un solo uomo quando le avversità gli avevano messo tutti contro. Gente come Paolo Rossi, convocato nonostante non giocasse da due anni e che nessun italiano voleva in nazionale, Giancarlo Antognoni, convocato al posto di Beccalossi nonostante avesse fatto una delle sue migliori stagioni all'Inter proprio quell'anno, Gaetano Scirea, rimpianto difensore, moderno per la sua epoca amato da ogni tifoso di qualunque squadra, Antonio Cabrini, il bello, quello che faceva impazzire tutte le donne che avevano il loro poster in camera, e lui, Enzo Bearzot, il direttore d'orchestra di quello splendido miracolo azzurro che non verrà mai dimenticato, perchè noi italiani tra i nostri mille difetti siamo in grado di amare incondizionatamente e di ammirare un uomo capace di andare contro tutti per perseguire le sue idee, un uomo di roccia che non si faceva condizionare da nessuno, un'autorità dell'epoca per il suo carattere fermo ma scherzoso, che amava farsi chiamare dai suoi "il vecio".

Nasce nel 1927 ad Aiello del Friuli dove gioca per la squadra locale nel ruolo di difensore-mediano, nel 1946 passa alla Pro Gorizia, squadra di serie B, dove gioca per due stagioni. Nel 1948 la chiamata che aspettava, la serie A con l'Inter, purtroppo ci resta una sola stagione e torna in serie B con il Catania. Nel 1954 di nuovo in serie A con il Torino, la squadra della sua carriera, dopo una nuova parentesi con l'Inter nella stagione 56/57, torna definitavemente al Torino fino al suo ritiro nel 1964.
Da li intraprende la strada che lo consegnerà qualche anno dopo alla storia, inizia ad allenare dapprima i giovani del Torino, poi il Prato, e nel 1969 arriva la chiamata della federazione per allenare l'under 21, dove resterà fino al 1975, perchè allora arriva la chiamata che ogni allenatore sogna di ricevere: la Nazionale lo voleva.
Ha guidato gli Azzurri fino al 1986 ma non è stata una strada facile, in discesa, ci sono stati momenti molto difficili, dalla mancata qualificazione per l'Europeo 1976, al Mondiale 86 dove l'Italia campione in carica ha fatto una figuraccia. Ma per fortuna i momenti di grande calcio sono stati la maggioranza, nel Mondiale del 78 ha ottenuto un quarto posto ma soprattutto il riconscimento globale che la sua era la squadra a giocare il calcio più bello ed entusiasmante, più dell'Olanda del "Totaal Voetbal", il calcio totale.

Spagna 1982, il capitolo più importante della vita dell'allenatore friulano, non comincia di certo nel migliore dei modi, l'Italia riesce a qualificarsi per il rotto della cuffia in uno dei gironi più facili del torneo, tre pareggi di fila contro Polonia, Camerun e Perù, e qualificazione ottenuta grazie a un gol in più rispetto agli africani. Il Paese non ama di certo la squadra, le critiche piovono da tutte le parti, televisioni, giornali e normali cittadini bocciano all'unisono Bearzot e i suoi. Il Commissario Tecnico decide di mettere la squadra in silenzio stampa, e inizia il suo lavoro sulla preparazione psicologica e sulla motivazione che renderanno possibile il miracolo.
Il passaggio della prima fase a girone mette l'Italia di fronte all'Argentina di Maradona e al fortissimo Brasile in un mini-girone di fuoco dove la prima qualificata sarebbe passata alle semifinali. Qui esplode la furia agonistica di Paolo Rossi, è proprio lui uno dei motivi delle critiche a Bearzot, squalificato per i due anni precedenti per lo scandalo Calcio-Scommesse, torna alla fine della stagione 81/82 giocando solo le ultime quattro partite senza realizzare gol. Inspiegabilmente Bearzot lo convoca, e non solo gli da fiducia dopo le prestazioni opache del primo girone. Persino in squadra i suoi compagni non avevano molta considerazione di lui, racconta Altobelli: "Ricordo che, nelle partitelle di allenamento, facevamo le squadre come i bambini che giocano sulla strada: due sceglievano e Pablito restava sempre ultimo. "Sei il più scarso", gli dicevamo ridendo", ma Pablito alla fine splode e incanta tutti. Contro l'Argentina gli azzurri vincono 2-1 con gol di Tardelli e Cabrini, ora bisognava giocarsi la qualificazione contro il Brasile; a detta di tutti questa è stata sicuramente la partita più emozionante della competizione, uno splendido botta e risposta a suon di gol da parte di due squadre incredibili: inizia proprio Paolo Rossi al quinto minuto, risponde al dodicesimo Socrates, ancora Rossi al venticinquesimo minuto, Falcao della Roma riporta sotto i suoi al sessantanovesimo, ma ancora Pablito al settantaquattresimo chiude i giochi. Italia in semifinale, Rossi sugli scudi dopo la tripletta alla squadra più forte del mondo, e Bearzot che si gode finalmente il calcio espresso dai suoi, l'unico a crederci dall'inizio e a farci credere anche i giocatori.
La pratica della semifinale è stata risolta con un perentorio 2-0 sulla Polonia, con ancora uno splendido Rossi autore di una doppietta.
La finale: scenario dello stadio Santiago Bernabeu di Madrid, gli azzurri contrapposti ai rocciosi e talentuosi tedeschi dell'ovest guidati da Littbarski, Breitner e il capitano Rumenigge. Un primo tempo con poche emozioni, da segnalare la sola sostituzione di Graziani al settimo per infortunio a cui subentra Altobelli, e il rigore procurato da Bruno Conti e sbagliato da Cabrini.
Il secondo tempo vede salire in cattedra l'Italia, Oriali a centrocampo blocca tutti, la difesa guidata da Scirea con il giovanissimo Bergomi in campo rende il lavoro di Zoff molto più semplice, davanti la fantasia di Conti, gli inserimenti di Tardelli e lo stato di grazia di Rossi fanno volare l'Italia. Rossi al cinquantottesimo, Tardelli al sessantanovesimo e Altobelli all'ottantesimo chiudono i giochi, gol all'ottantetreesimo di Breitner e Italia Campione del Mondo quarantaquattro anni dopo l'ultimo successo.
Il ritorno degli Azzurri è un tripudio, l'intera Nazione è finalmente vicina ai giocatori e al loro allenatore che con la sua tenacia ha reso possibile questa grande impresa.
Purtroppo il Mondiale seguente è una totale disfatta per la selezione italiana e Bearzot si ritira lasciando il posto a Vicini, lascia completamente il calcio che ormai era sempre più diverso da come lo conosceva lui, ma nonostante tutto sapeva di essersi ritagliato un piccolo posticino nel cuore dei tifosi che avrebbero sempre ricordato, e in seguito raccontato, gli avvenimenti di quella lontana estate dell'82, l'estate spagnola.

Oltre che dalle azioni e dalle gesta, la vita di una persona si potrebbe riassumere dai ricordi che coloro che gli erano vicini, lo conoscevano e gli volevano bene hanno di lui, i suoi "figli", i giocatori che amava e rispettava come un padre non lo dimenticheranno mai, Dino Zoff, il capitano di quella grande Italia lo ricorda cosi: "Ho un ricordo straordinario di Bearzot uomo, prima ancora che come uomo di sport. La sua onestà era cristallina, era un uomo di coraggio che andava sempre alla ricerca del giusto. Ultimamente ci siamo sempre continuati a sentire, anche mentre era suo desiderio che non si sapesse che stava male. Bearzot mi ha insegnato senza dubbio il coraggio, la dignità e altri valori che vanno al di là dell'aspetto sportivo".
Bruno Conti, la fantasia della sua squadra: "Al di là dell'aspetto lavorativo e sportivo, mi manca un secondo papà. E questo non lo dico soltanto a nome mio, perché era un secondo padre anche per tutti gli altri compagni di squadra. Ci ha saputo trasmettere i veri valori dello sport, come l'umiltà e il fare gruppo. L'insegnamento più grande che mi ha lasciato è la tranquillità, il modo in cui parlava di calcio, i suoi consigli, i punti di vista. Lui ci diceva sempre di non darci dei punti di riferimento in campo, ma di fare solo del nostro meglio a seconda delle nostre caratteristiche e delle nostre potenzialità".
Ciccio Graziani lo ricorda cosi: "Bearzot ci ha lasciato fisicamente oggi e, come tutti gli amici che se ne vanno, è un dispiacere. Ma per quello che ha fatto non morirà mai, ha fatto la storia del calcio italiano e rimarrà sempre nei ricordi e nei cuori di tutti".
E il suo "figlio prediletto", quel Paolo Rossi che Bearzot ha contruibito a far entrare tra i grandi del calcio, in preda alla commozione ha detto: "Enzo Bearzot è stato uno dei grandi italiani del '900, su questo non ho dubbi. Per me è stato come un padre, io a lui devo tutto, senza di lui non avrei fatto quel che ho fatto. Era una persona di una onestà incredibile e un tecnico di grande spessore. Incarnava la figura dell'italiano popolare, e anche se non è stato uno scienziato o un artista, rimarrà nella storia dei nostri grandi del secolo scorso".

Molti rinfacciano sempre a noi italiani di prendere il calcio troppo sul serio, alla fine è solo uno sport si crede, ma per chi il calcio lo ama non è solo questo, è uno sport di uomini pieno di valori che si stanno sempre più perdendo di vista, come quello del "far gruppo" che lascia posto a un individualismo sempre più crescente.
Sembra giusto e doveroso in questi casi fermarsi un momento a riflettere su persone come Bearzot, che nel loro piccolo, limitandosi ad allenare una squadra di calcio, hanno cercato di insegnare e di far capire l'importanza di questi valori, soprattutto nella vita comune.
Winston Churchill affermò: "Gli italiani perdono guerre come se fossero partite di calcio e partite di calcio come se fossero guerre".
Dovremmo tutti ricordarci l'unità e la fratellanza che è in grado di creare una partita di calcio, non solo ogni quattro anni. Forse saremmo un popolo, e persone, migliori. Ed è giusto rendere omaggio a persone che hanno fatto di questo credo il loro stile di vita.
Forse anche noi un giorno, come hanno fatto i nostri genitori, racconteremo ai nostri figli quel lontano Mondiale, quello giocato quando non eravamo ancora nati, e racconteremo del bel Cabrini, del rimpianto Scirea, del fortunato Antognoni, del grandissimo Paolo Rossi e di quell'uomo che ha reso possibile tutto, Enzo Bearzot.

2 commenti:

  1. Veramente bell'articolo.. Da 30 ? O 30 e lode? Fa molto piacere leggerti

    RispondiElimina
  2. Ti ringrazio molto. Scrivere certe storie è un piacere, parlare di persone che hanno reso grande questo sport, e perchè no, onorato l'Italia (cosa importante vista l'immagine che troppo spesso diamo di noi) viene quasi naturale. Sicuramente la mia "favola" preferita è quella sul mondiale '82, è una di quelle che mi hanno fatto innamorare di questo gioco fin da piccolo e come me credo molti altri. Continua a seguirci perchè non avete idea della motivazione che ci danno certi commenti è il sapere che il nostro piccolo lavoro piace a qualcuno. Grazie ancora, Ciao.

    RispondiElimina


Le scommesse sportive in Italia sono un fenomeno sempre più diffuso tra gli appassionati di sport


Punta sull'Udinese di Pawlowski su Bwin