mercoledì 14 dicembre 2011

Quando i soldi non contano: la depressione nel calcio



La depressione è una patologia dell'umore, tecnicamente un disturbo dell'umore caratterizzata da un insieme di sintomi cognitivi, comportamentali, somatici ed affettivi che, nel loro insieme, sono in grado di diminuire in maniera da lieve a grave il tono dell'umore, compromettendo il funzionamento di una persona, nonché le sue abilità ad adattarsi alla vita sociale. In Europa circa il 30% della popolazione generale, nel corso della propria vita, ha sofferto sintomi depressivi.

Soldi, tanti soldi. Dovrebbero rendere più serena la vita di chi li ha. Non sempre, però, denaro e felicità vanno di pari passo e sembra che il mondo del calcio negli ultimi tempi non sia immune da questo problema e dalla depressione che ne consegue. Infatti, come in ogni ambiente, è possibile trovare dei casi di depressione in ambienti sportivi e soprattutto nel calcio.

La vicenda dell’ex calciatore e allenatore del Galles Gary Speed ha aperto una voragine nei cuori di tutti gli amanti del calcio che sono tornati a ricordare i tantissimi esempi di giocatori depressi che hanno abbandonato il campo o sono giunti al più doloroso dei gesti: il suicidio.

In Italia è impossibile dimenticare Agostino di Bartolomei, ex capitano della Roma, morto suicida la mattina del 30 maggio 1994 a San Marco, dove viveva, sparandosi nel petto con la sua pistola Smith & Wesson calibro 38. Erano trascorsi dieci anni esatti dalla finale di Coppa dei Campioni persa dalla Roma contro il Liverpool.
I motivi del suicidio (si parlò di alcuni investimenti andati male e di un prestito che gli era stato appena rifiutato) divennero abbastanza chiari quando fu trovato un biglietto in cui il calciatore spiegava il suo gesto: “mi sento chiuso in un buco”.

Esempi più moderni nel nostro paese ce ne sono comunque, ma con la differenza che questi altri sono riusciti ad uscirne. Marco Bernacci, centravanti che nell’estate del 2010 abbandona il Torino ed il calcio per depressione. Dopo un anno di assenza, Bernacci è tornato a giocare con il Modena. Tra gli idoli del calcio italiano dei nostri giorni, soltanto Gigi Buffon ha confessato, nella sua autobiografia, di aver sofferto di depressione. Ma anche Christian Vieri e Adriano sono andati in depressione, tanto che il Presidente dell’Inter Moratti controllava il brasiliano. Questi spesso si rifugiavano nelle discoteche per nascondere i loro problemi.

Da ricordare la singolare situazione di Martin Bengtsson, adesso 25enne, e proveniente dall’Orebro FK, venne acquistato dall’Inter. I nerazzurri riuscirono ad assicurarsi le prestazioni dello scandinavo nonostante la concorrenza delle big d’Europa. Le grandi prestazioni con la Primavera portano i media a parlare in maniera entusiasmante del talento scandinavo, ma proprio quando mancava solo il debutto con la prima squadra, Bengtsson comincia a cadere sempre più nell’anonimato, scomparendo progressivamente dai tabellini e mostrando uno stato di forma a dir poco pietoso. Non passa nemmeno un anno che scompare del tutto, cadendo pian piano nel dimenticatoio, finché nel 2007 scrive la sua autobiografia: “Nell’ombra di San Siro”.
Lo svedese racconta la sua esperienza traumatica a Milano: storie di droga, alcool, sesso che sfociano in un tentativo maldestro di togliersi la vita tagliandosi le vene. Solo dopo essere stato curato in un ospedale psichiatrico torna in Patria e dice addio al calcio.

Ma è soprattutto in Germania che ci sono stati gli esempi più eclatanti. Il primo è Sebastian Deisler, ex grande fuoriclasse del Bayern Monaco e colonna della nazionale tedesca. Nell’autunno 2003 Deisler confessò pubblicamente di soffrire di depressione e interruppe l’attività agonistica per farsi ricoverare al Charité di Berlino. Deisler, complici ripetuti infortuni al ginocchio, terminò precocemente la carriera nel 2007, a soli 27 anni.

Due anni dopo soltanto, il calcio venne scosso dal suicidio di Robert Enke. Il portiere dell’Hannover 96 avrebbe giocato titolare nel Mondiale in Sud Africa del 2010, ma nel pomeriggio del 10 novembre 2009, all'età di 32 anni, si tolse la vita gettandosi sotto un treno nei pressi di un passaggio a livello, dopo aver abbandonato la sua auto a poca distanza dai binari. Enke soffriva di depressione da sei anni ed era in cura da uno psichiatra. In una lettera d'addio chiese scusa alla moglie e al suo medico curante. Enke fu seguito a ruota libera da due inquietanti confessioni pubbliche: quelle di Andreas Biermann, difensore del St. Pauli che ammise di aver cercato di togliersi la vita, dichiarando: “Desideriamo risparmiarci di dover costruire una facciata di bugie per nascondere il mio reale stato di salute. Impresa peraltro ardua, dato che la durata non preventivabile dei trattamenti psichiatrici, solitamente lunga, difficilmente può essere camuffata dietro a una lesione muscolare o a un intervento chirurgico che giustifichino l’assenza prolungata dai campi di gioco e dalla vita di squadra.”. E di Stefan Schumann, centrocampista del FSV Zwickau, militante in quinta divisione, che aveva a sua volta tentato il suicidio ingerendo un cocktail di farmaci.

Così fu istituita da Teresa Enke la Fondazione Enke con lo scopo di scardinare il tabù delle patologie psichiatriche laddove sono maggiormente stigmatizzate. Appunto nel mondo del calcio e dello sport di vertice, oggetti di un importante progetto di psichiatria da parte della Fondazione e dei suoi partner. Dopo due anni, grazie al lavoro di informazione e di sensibilizzazione della mentalità da parte della Fondazione Enke, altri calciatori ammisero di soffrire di depressione.

Il primo fu Markus Miller, ex secondo di Enke nell’Hannover, che dichiarò: “Da un po’ di tempo ho sempre più l’impressione di non essere utile alla squadra e di non concludere nulla di essenziale. In questo senso, sento crescere dentro di me una pressione e una tensione sempre più grandi, che hanno cominciato a bloccarmi”. Fu così che dopo aver annunciato di necessitare di cure mediche per una “Sindrome da Burnout.”, è rimasto ricoverato per 3 mesi in un centro specializzato.

Nell’Ottobre 2011 fu poi il turno di Martin Fenin, 24enne attaccante ceco dell’Energie Cottbus, il club di seconda divisione da cui era stato acquistato la scorsa estate proveniente dal retrocesso Eintracht Frankfurt. Ci fu un comunicato ufficiale del club nel quale Fenin dichiarava: “Necessito di uno stacco dal calcio durante cui sottopormi a cure mediche intensive per poter tornare in campo sano e al mio miglior livello. Ho constatato di non essere più in grado di gestire da solo la mia malattia. La rassegnazione, la sensazione di solitudine e gli attacchi di depressione mi accompagnano già da parecchi mesi”. Egli stesso, infatti, chiese al suo club di rendere pubblica la sua malattia.

In un’intervista a una TV peruviana, anche l’attaccante dell’Amburgo Paolo Guerrero, ex-Bayern Monaco, ha ammesso di essere caduto vittima di una grave depressione dovuta all’infortunio al crociato rimediato in Nazionale nel settembre 2009 durante l’incontro di qualificazione ai Mondiali 2010 contro il Venezuela . Queste le sue parole: “È stato per me un periodo spaventoso, il più brutto della mia vita. Ero frustrato e depresso“. Al punto di non riuscire nemmeno più ad imbarcarsi sul volo di ritorno per la Germania, per la “paura dell’aereo”.


Infine, anche un allenatore di successo è stato vittima di depressione. Parliamo ovviamente di Ralf Rangnick, che si dimise dalla panchina dello Schalke 04. Rangnick non era più in grado di guidare la squadra che aveva condotto alle semifinali di Champions League e alla conquista della Coppa di Germania, poiché affetto da un grave esaurimento.

Abbiamo accennato all’inizio della nostra inchiesta a Speed. L’ex ct del Galles è stato trovato morto il 27 novembre 2011, a 42 anni. L'allenatore si è tolto la vita nella sua abitazione nel Chester, dove è stato trovato impiccato. Non è però il solo che in Gran Bretagna abbia sofferto di depressione.

Come dimenticare, infatti, i casi di Andy Cole, Neil Lennon, Stan Collymore, ma soprattutto Paul Gascoigne e Clarke Carlisle.

Gascoigne, uno dei più talentuosi calciatori inglesi di tutti i tempi, è stato protagonista di una serie di eventi negativi che hanno evidenziato i suoi malori depressivi. Il 22 febbraio 2008, in base alla Mental Health Act, la legge sulla salute mentale che permette alla polizia inglese di fermare e portare in un posto di pubblica sicurezza le persone che presentano sintomi di disturbi psichici e possono rappresentare un pericolo per l’incolumità pubblica, gli agenti lo ricoverano coattivamente in un ospedale a causa di due incidenti avvenuti in altrettanti alberghi del Nord dell'Inghilterra: prima all’Hotel Malmaison di Newcastle e poi all’Hilton Hotel di Gateshead. Resta per 72 ore in ospedale, dove viene tenuto sotto controllo medico. La sua situazione mentale peggiora sempre di più ed il 5 maggio seguente, affetto da manie depressive, tenta il suicidio in un lussuoso hotel di Londra. Oltre ovviamente a tantissime altre situazioni legate all’alcol che spesso viene usato dai depressi come una specie di detergente per la propria malattia, non facendo altro però che peggiorarla.

Clarke Carlisle, difensore del Preston e attuale presidente dell'assocalciatori inglese, nel 2003 fu costretto a curarsi da alcolismo e depressione nella Sporting Chance Clinic di Tony Adams.

Come dimenticare quando nel dicembre 2010 si era tolto la vita Dale Roberts, 24 anni, portiere nelle serie minori inglesi. Non aveva tollerato il dolore della scoperta che la sua fidanzata lo tradiva con il fratello di John Terry. Ma tornando indietro nel tempo possiamo ricordarne altri.

Nel 2003 era stato un mix di depressione e dissapori con la moglie a scatenante il gesto di Sergio Schulmeister, 25 anni, portiere dell'Huracan, prima divisione argentina, che si era impiccato con una cinta nella cucina del suo appartamento. Mentre nell’ottobre '97, si era tolto la vita il capitano della nazionale boliviana Ramiro Castillo, 29 anni, trovato morto nella sua casa di La Paz. Non si era mai ripreso da dolore per la morte del figlio di 9 anni avvenuta a giugno per disfunzione epatica.

Ma come si può capire quando un calciatore è in depressione? La risposta più ovvia è l’assenza dal campo. Arrivare stranamente e ripetutamente in ritardo, esprimere eccessivamente un’insolita stanchezza, alienarsi dal gruppo, essere demotivati, tristi, introversi possono rappresentare dei campanelli d’allarme. Gli allenatori delle squadre giovanili dovrebbero non sottovalutare tali segni, soprattutto se hanno a che fare con adolescenti. Anche per questo motivo, i settori giovanili dovrebbero avvalersi di un maggior numero di psichiatri. Superata la pubertà, l’atleta, ormai più maturo, potrà comunque andare incontro ad episodi depressivi. La conoscenza dei fattori di rischio, quali fattori che se presenti possono aumentare la probabilità di malattia, può aiutare a riconoscere

in tempo tale disturbo. In particolare, il mondo del calcio, dove tutto è esasperato, può favorire la presenza di un alto numero di eventi ad elevato contenuto di stress. Il calciatore professionista vive di calcio e ruota attorno al calcio. Molto della propria autostima dipende dall’andamento di tale attività. Per perseguire nel proprio sogno spesso ha dovuto lasciare prematuramente la propria famiglia di origine per andare in un vivaio professionistico. Inevitabilmente, non ha potuto coltivare altri aspetti della vita puntando tutto sul pallone.

Quando avviene un fallimento, una grave sconfitta, un contratto non firmato, un infortunio o davanti alla fine della propria carriera è facile che possa avvenire un episodio depressivo, soprattutto qualora non sia avvenuta nel frattempo una crescita personale affettiva del calciatore, parallela a quella sportiva.

Per prevenire una situazione simile sarebbe opportuno che presidenti, dirigenti e allenatori considerino il calciatore come un uomo prima ancora che come atleta e pertanto fornire un’adeguata attenzione a tutti i suoi bisogni e non solo a quelli sportivi. La maggior parte delle persone che circondano i calciatori lo fanno spesso per motivi economici. Per un torna-conto personale. Bisognerebbe sapere e comprendere, invece, i motivi che hanno spinto i calciatori a dare tutto per lo sport. Quindi le loro preoccupazioni, le loro paure e i loro desideri. Il mondo del calcio è crudele. Non dà spazio al lato umano e si fa spesso influenzare dalla logica del risultato. L’unico modo per sconfiggere la depressione è condividere le proprie esperienze con gli altri, solo così l’uomo non andrà incontro a queste malattie depressive. Perché “l’uomo muore quando resta solo” (cit. Giovanni Falcone).


L'ultimo saluto dei tifosi a Gary Speed

4 commenti:

  1. Rosario Fortunato14 dicembre 2011 11:51

    Esageratamente perfetto!
    Complimenti a chi ha scritto l'articolo. Ha fatto un lavoro completo, con esempi e considerazioni mediche, ambientali e sportive veramente competenti. Bellissima poi la citazione finale di Giovanni Falcone.
    Complimenti!

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  2. Massi... adm del Blog14 dicembre 2011 14:06

    L'autore dell'articolo è il nostro Ben. Quindi tutti i complimenti vanno a lui. Grazie mille Rosario da parte di ProssimiCampioni, speriamo che anche i nostri lettori apprezzino. Un saluto.

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  3. Ottimo articolo ma avete dimenticato il clamoroso tentato suicidio di Pessotto.

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  4. Massi... adm del Sito15 dicembre 2011 14:39

    Gentile Mauro, hai perfettamente ragione. Pessotto è stata una dimenticanza. Effettivamente il 2006, ricordato da tutti come l'anno dell'Italia Campione del Mondo, è anche l'anno del clamoroso gesto dell'ex giocatore bianconero. Una triste storia che fortunatamente si è risolta grazie all'affetto della famiglia e dei compagni. Grazie per la precisazione. Un saluto

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